sabato 8 ottobre 2011

L'atto puro di smarrimento

L’atto puro di smarrimento

Dall’editoriale di Atti impuri, n°3: "Dal presente, del resto, si può sempre fuggire facendo il morto o il pazzo. E la scrittura ha spesso maneggiato il mondo circumnavigando attorno agli abissi della follia e dalla morte, sfidando entrambe con lucida incoscienza. Atti impuri è un luogo immaginato per chi subisce il fascino violento dell'opposto dal presente e da sé, dell'ordine e della deriva."

La letteratura che si spende come sfida al viaggio, invito alla deriva o proposta di periplo intorno ai gorghi di morte e pazzia, questa letteratura potenziale che qui si legge, che qui si vaticina, sembra portare speranza. Che sia una speranza di unità o di conoscenza o di salvataggio o d’uscita dagli inferi, o anche una speranza abietta ma dai fini salvifici, come un ladrocinio di luce, questo si spera: che sia finalmente una letteratura di luogo, di indicazione, di esatta segnaletica.

Ma oggi, immancabilmente, non solo l’approdo di questa letteratura è una sconfitta, ma è una sconfitta che si consuma in una terra innominata.

Io sono diventano grande e inutile quella notte di sedici anni fa: mentre Matteo e mio padre cercavano di guadagnarsi anche per me il diritto di essere uomini e vivi. Rimasi a letto, nonostante le voci in corridoio, perché il giorno dopo c’era scuola, e se Matteo aveva il dovere di saltarla a me era destinato il riscatto d’una famiglia […]” e poi “Credono tutti che io sia felice, che negli uffici asettici dove mi rinchiudo per giornate intere, dietro scrivanie sgomberate di polvere, io abbia trovato un rimedio. Una risposta. Una cura. Nessuno sa niente di come vivo, delle mie notti di vergogna, che quando c’è luna grossa non riesco a dormirla né a stare con una donna. Certo, ho un lavoro pulito. Che Matteo nemmeno se lo sogna. Lui continua con le pietre, la calce, la rena da impastare, le giornate di schiena al sole e di faccia al vento. Però la notte dorme[…]. Dorme come se avesse il cuore in pace”.[1]

Guardala, dice Dalen. Tutti i vestiti che indossa sono vestiti di altri. Trovati. regalati. Rubati. Lo stesso è per le storie che le sono capitate prima di questa ultima dose fatale. Non sono mai state storie sue. Sono sempre storie di altri. Lei ci si ritrovava in mezzo senza accorgersene. Le indossava per caso. C’è chi crede di scegliersi la propria immagine. La propria storia. Le proprie idee. A lei le hanno sempre regalate, le ha trovate, o le ha rubate. Probabilmente così per tutti.[2]

Questa letteratura, nata da “un’officina per piccole false testimonianze, ugualmente ostile agli spiritosi e ai privi di spirito[3]” con l’intento di non lasciarsi degradare/denigrare/divagare non può però fare a meno che approdare agli stessi taglienti scogli che sono l’auto-disconoscimento, lo sradicamento da sé, l’incapacità di comprendersi.

I personaggi (prodotti fittizi di autori reali) non si sanno, non si (ri)conoscono e non possono fare altro che guardare al di fuori di loro stessi nella speranza di un appiglio: non ci narrano nessuna storia a lieto fine, nessuna possibilità di redenzione o di ricongiungimento, ma piuttosto di una continua perdita, di un non-saper-essere, di un non-saper-dire, di un non-saper-divenire.

La narrazione non si interessa di qualsivoglia sviluppo della trama, ma solo di un messaggio, di un’altra volontà: quella di dirci che di questo mondo siamo vittime (consapevoli se ne scriviamo, ingannate se ne viviamo le trame senza parlarne), ma vittime peculiari che, prima ancora che fisiche, sono vittime sensoriali e interpretative.

Viviamo una realtà entro la quale non sappiamo leggere la nostra figura e il nostro ruolo: e non può che trasparire dai nostri racconti questo sradicamento; d’altra parte si manifesta questa tensione a qualcosa, qualcosa esistente, che c’è nello sforzo, nella vessazione, nel fuori di noi[4], comunque mai accessibile né al corpo né alla comprensione. Il personaggio allora (e noi stessi con lui) è in ritracciabile, lettera ad un destinatario defunto o comunque non reperibile.

Siamo scomparsi: anche al di fuori dei gorghi di pazzia e di morte, siamo scomparsi.

Ma c’è di più, ed è l’ultima cosa: non siamo più capaci di trovare la ragione - il motivo - il senso, né presente né passato né futuro del nostro essere: siamo “il nulla di volontà”[5], siamo i modernissimi Bartleby che nelle loro disgregazioni e spiegazioni di ciò che non sono eguagliano e superano la forza nullificatrice del melvilliano I prefer not to: così scappiamo a noi stessi, reduci della nostra sconfitta, piegati a qualcosa che ci opprime, desiderosi di essere altro ma non conoscendo affatto nulla se non la nostra ambiguità:

Solo, tra le pieghe delle lenzuola, c’è un microscopico globo, un insetto di luce che subito si scuote, si stacca dalla stoffa e vola via – ed è la grazia, l’unica grazia possibile, polverizzazione e fuga, di questa città senza salvezza.[6]



[1] Plenilunio, Elisa Ruotolo, in Atti impuri n°3

[2] Storia avventurosa degli abiti che indossa, Giuseppe Caliceti, ivi

[3] Editoriale, Sparajurij, ivi

[4] nel caso del racconto nel fratello, in Matteo, che nella fatica, nella terribilità della sua vita, dorme come se avesse il cuore in pace

[5] Bartleby o la formula, Gilles Deleuze, in Bartleby. La formula della creazione, Quodlibet, Macerata, 1993

[6] La forma della grazia, Giorgio Vasta, in Atti impuri n°2

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